Conversazione con Remedios Zafra, dottore di ricerca in Filosofia politica e dell'arte, autore di “El entusiasmo” (Premio Anagrama per la saggistica) e “El bucle invisible”, per comprendere la realtà della giungla in cui ci muoviamo e intravedere come affrontare e guidare le sfide del futuro in una visione e azione comune.
Viviamo in un'epoca complessa, dove il tempo è talmente occupato da non lasciare spazio alla riflessione. Nonostante l'avvento della tecnologia, siamo oggi più fragili?
Se tutti parlano allo stesso tempo e il rumore occupa tutto lo spazio, è difficile ascoltare e ancora più difficile capire andando in profondità: siamo quindi più vulnerabili alla manipolazione; se tutto è occupato da compiti e fretta, se non c'è spazio o tempo vuoto per provocare un cambio: seguiremo l'inerzia di ripetere le stesse vecchie cose; se la tecnologia ci aiuta ma ci aggiunge nuovi bisogni e ci rende dipendenti da essa: finiamo per esserne connessi anche quando dormiamo; se le soluzioni rapide sono incoraggiate nella vita digitale: l'ansia per ogni preoccupazione cresce nella ricerca di pulsanti e non di pensieri; se le logiche prevalenti sono per lo più competitive e numeriche e si concentrano sul “sé”: diventiamo più solitari e diffidenti verso il bene comune. Sì, quando questo accade, siamo più fragili.
Lei afferma che l'iper visualizzazione che subiamo ci rende non produttori ma prodotti della rete: siamo condannati a essere uno strumento del tecno-capitalismo?
Non siamo condannati, ma siamo orientati a divenire un prodotto. Sebbene il vestito che la tecnologia digitale ha portato portava l’etichetta “più tempo, più democrazia, più conoscenza”, abbiamo trascurato il fatto che la sua struttura ha messo il capitale al comando, cioè una manciata di aziende che accumulano un enorme potere, cercando non “più valore” ma “più profitto”. La chiave è stata quella di creare uno spazio di socializzazione apparentemente libero, dove l'io diventa protagonista e si presenta come prodotto. Da un lato, si crea la necessità di “essere” e “ritornare”; dall'altro, noi e i nostri dati siamo offerti “a cambio di”.
Stiamo andando verso una società più individualista o verso una società che è somma di individualità?
Se parliamo di una digitalizzazione governata da forze monetarie come quella attuale, essa favorisce una società più individualista, nella misura in cui le persone vengono identificate come concorrenti, ostacolando i legami tra uguali e portando la collettività a qualcosa di numerico, o all'identificazione emotiva in opposizione a un altro gruppo. C'è quindi una maggiore somma di individualità perché si impone una struttura digitale pensata per questo scopo.
Si sta generando una nuova forma di censura, legata all'eccesso di informazioni: come possiamo uscire da questa situazione?
Credo sia importante mettere in guardia dall'illusione che questo genera: l'eccesso non è la stessa cosa della “molteplicità delle voci”. L'eccesso parla di una saturazione che rende difficile vedere. Troppa luce acceca anche. Succede che si favorisce la delega ai numeri più alti. Di conseguenza, si è rafforzata una forma di valore che promuove “il più visto” come il più importante, trascurando il fatto che un'audience elevata non ingloba necessariamente valori positivi o informazioni contrastanti. Anzi, a volte è il più controverso o il più scandaloso ad alimentare questi numeri elevati. Per uscire da questa situazione, dobbiamo fermare l'egemonia di questo “valore” cumulativo e rivalutare i contesti che forniscono rigore, contrasto scientifico ed etica.
Esposto in modo costante, il valore delle cose si misura in like, follower, visualizzazioni, impatto sulla rete. Chi stabilisce oggi il valore delle cose?
Da anni si è affermato un valore scopico – cioè basato nella visibilità e la attenzione pubblica - che sembra equipararsi per l’importanza con il capitale, sia esso in modalità audience, follower o like. Questo valore numerico è rapido ed emotivo, ma soprattutto è un “valore di mercato” che sovrappone il più visto al più prezioso, evitando altre forme di valore che richiedono “un altro tempo” e che non sono facilmente operativi o prevedibili. Penso alla riflessione, all'etica, alla giustizia, alla creatività.
Questa iper-visualizzazione di modelli idealizzati può portare alla frustrazione personale?
È paradossale che di fronte all'immenso numero di persone connesse si parli di modelli idealizzati che qui sono modelli omogenei, cioè non di pluralità ma di rafforzamento di stereotipi e mondi semplificati. Forse per questo può essere uno stimolo l’aspirazione a raggiungerli, perché sono concreti ed epidermici, però apparire non significa essere. Per raggiungerli a volte è sufficiente mettere a tacere la voce etica. E naturalmente è frustrante, sia per chi non condivide questo modo di essere/di stare in rete, sia per chi sta al gioco ricreando un'immagine della vita e non necessariamente vivendo.
Lei parla di tre aspetti che caratterizzano la vita di oggi: accelerazione, scadenza ed eccesso. Abbiamo parlato di accelerazione e di eccesso di informazioni, che dire della scadenza? Tutto è effimero: chi si assume la responsabilità se tutto passa velocemente?
L'obsoleto è la base dell'aggiornamento costante e, in un certo senso, il cuore della disinformazione. Consapevoli che ciò che si dice oggi, vero o falso che sia, domani sarà sostituito da un'altra notizia, c'è chi la fa circolare per qualche scopo, sapendo che pochi controlleranno le informazioni e che la responsabilità sarà diluita tra l'eccesso di voci. È quindi estremamente importante disporre di media che garantiscano un'informazione veritiera e non soggetta alla logica della scadenza, della saturazione e della velocità.
Esiste una strategia per disattivare il collettivo e promuovere l'idea che non c'è soluzione alle sfide del presente?
La struttura sociale naturalizzata con le reti, dove ognuno entra da un profilo personale attorno al quale ruota il proprio universo, orienta l'interazione verso un posizionamento individualistico e istantaneo, nella più pura logica capitalistica che sceglie la realizzazione rapida, qui e ora, ostacolando l'impegno verso ciò che richiede più tempo, più ascolto, verso gli altri. La disattivazione del senso della comunità è il “default” incoraggiato dal tecnocapitalismo. D'altra parte, la consapevolezza dei problemi sociali - che sono sempre collettivi - richiede anche un lavoro collettivo, richiede la cura dei legami tra le persone. Non so se si tratta di una strategia, ma certo c'è una chiara relazione tra i modelli di società che vengono mobilitati caso per caso.
Con tutto quello che sta spiegando, corriamo il rischio del nichilismo sociale al renderci conto che non c'è nulla da fare per ottenere un cambiamento?
È un rischio sociale, nella misura in cui per ottenere un cambiamento dobbiamo affrontare la complessità collettivamente, prenderci cura di noi stessi, immaginare e progettare, ma anche intraprendere un lavoro che non è facilmente esibibile e che richiede di uscire dalla posa e rompere con le dinamiche del presente. Se le nostre energie si esauriscono nel pubblicizzare i nostri progetti e non nel lavorarci, tutto gioca a favore della spettacolarizzazione del mondo, della politica e persino della guerra. Prendere coscienza di questo rischio è l'interruttore per mobilitarci.
Quindi dobbiamo riflettere: come possiamo farlo se non siamo in grado di fermarci e ci ancoriamo ad idee preconcette? Come orientarci verso il pensiero lento che lei propone?
È così importante fermarsi che tutte le iniziative per farlo dovrebbero essere messe in pratica: disimpegnarsi, riconoscere che c'è molta dipendenza in questa inerzia, ricostruire i legami che contano e prendersi cura di noi stessi, o anche stufarsi e andarsene. Le soluzioni sono diverse, contestuali e collettive, e vale la pena provarle. Tuttavia, ritengo che la posta in gioco non sia la lentezza come obiettivo, ma un pensare più lentamente che “deve essere più lento” perché è uno strumento di consapevolezza, alleanza e immaginazione che il cambiamento porta con sé.
Un'altra questione, la precarietà. E’ possibile costruire una società prospera sull'economia dell'entusiasmo?
Quando l'entusiasmo viene strumentalizzato per rendere il lavoro redditizio, negando il pagamento o considerando che il lavoratore è già pagato con la soddisfazione di “fare ciò che gli piace”, la precarietà viene legittimata come terreno di un abuso. C'è il rischio che i lavori che comportano passione siano solo per chi ha già risorse e può permettersi di lavorare in cambio di capitale simbolico, come affetto, prestigio o visibilità. Una società prospera si sostiene pagando i suoi lavoratori e penalizzando questi abusi.
A proposito di precarietà, ricordo il suo libro Fragile, in cui espone il rapporto tra techno capitalismo e patriarcato e il femminismo come risposta. Cosa intende dire?
Le donne sono sempre state in queste sfere produttive non pagate o mal pagate, quindi il rapporto tra femminile e precario è stato frequente. Da questo rapporto traggo un parallelo tra patriarcato e tecnocapitalismo: entrambi si basano sulla trasformazione dei soggetti oppressi in agenti responsabili della propria subordinazione; incoraggiano l'inimicizia tra donne e la rivalità tra lavoratori; isolano nella sfera domestica e nelle stanze collegate; legittimano la sufficienza del pagamento con l'affetto in un caso e la visibilità nell'altro. Questo parallelismo ci permetterebbe anche di valutare come il femminismo possa essere un esempio propositivo che aiuta a confrontarsi con le forme di autosfruttamento che il tecnocapitalismo incoraggia. E farlo attraverso la sensibilizzazione, la sorellanza e la cura reciproca, l'articolazione collettiva.
Lei parla di empowerment collettivo a partire dall'intimità: come possiamo costruire questa collettività?
A differenza dei legami collettivi che vengono ereditati o assunti senza essere pensati, la collettività che nasce dalla consapevolezza del danno condiviso e dell'intimità oppressiva ha una grande forza politica. Per il femminismo, condividere ciò che ci fa male e che è stato educato a rimanere in silenzio aiuta a dare potere: “Succede anche a me”, “Non sono sola in questo”. È un gemellaggio che è presente in tutta la coscienza collettiva della disuguaglianza.
Non crede che sia necessario generare nuove narrazioni per ottenere la trasformazione di cui parla? E in questo senso, che ruolo ha l'arte?
Stiamo vivendo un momento esplosivo nella creazione di narrazioni che riflettano la pluralità di visioni identitarie che stiamo vivendo. Il cinema e le serie ne sono un esempio. Anche se ci sono altri problemi che ostacolano la trasformazione dell'immaginario. Nel secolo scorso, l'arte è stata un territorio alleato del femminismo e delle richieste politiche di uguaglianza. Tra l'altro, perché ci permette di speculare su ciò che è possibile e di testare altri immaginari; ma anche di mettere al riparo la complessità del contraddittorio quando ci ribelliamo alle identità che ci limitano ma che sono anche parte di ciò che siamo.
Si parla molto di includere la tecnologia nelle scuole, non crede che sia necessario promuovere anche la creatività, i valori dei beni comuni, l'arte come strumento di empowerment?
Non solo penso che la creatività e l'educazione ai valori siano essenziali per l'istruzione, ma lo sono soprattutto per affrontare la tecnologia e un mondo che normalizza la vita mediata da essa. Infatti, penso che sia più auspicabile una scuola creativa e riflessiva che una scuola piena di tecnologia ma senza opportunità di pensare con la propria testa.
Ultima domanda: il futuro. Viviamo in un mondo distopico dove le utopie, anziché guardare al futuro, diventano retro-utopie. Dove si colloca l'utopia?
Un'utopia umana è impossibile in un mondo in cui tutti sopravvivono davanti al proprio schermo/specchio. Forse un primo passo sarebbe gridare: “Questo no!”. Non c'è utopia o miglioramento in un pianeta in declino dove tutti vivono nel loro mondo virtuale come cavie chiuse tra le pareti su cui vengono proiettati degli orizzonti. L'utopia vive nella motivazione collettiva per la cura reciproca e non per la guerra, nel primato di una responsabilità e di un'etica per il pianeta e per la vita, nel sovrapporre la politica e la cittadinanza al dominio del capitale, recuperando il valore della conoscenza e dell'ascolto, del riconoscimento degli errori, della passione per l'azione significativa, anche sociale.
Vedere, «Es imposible una utopía humana en un mundo donde cada cual sobrevive frente a su pantalla/espejo»
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